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sabato 4 febbraio 2012

Millennium - Uomini che odiano le donne

Seguo David Fincher e i suoi film da almeno 15 anni, esattamente dal 1995.
A quel tempo aveva dato alle sale quello che tutt'ora reputo il miglior thriller della storia del cinema, vale dire quel "Seven" che ha inciso fortemente e violentemente sulla mia immaginazione di scrittore in fase di embrionale.
Ogni tanto sento dire da qualcuno: "Grandissimo film Fight Club!!" e io "E' un film di Fincher..."
"Davvero? e chi sarebbe questo Fincher?"
Oppure ancora: "The Game è il mio film preferito!" e io ancora "E' di David Ficher!" "Ah si?? non lo sapevo..."
L'elenco è lungo e la carriera del regista è a dir poco entusiasmente.
Alien 3, Panic Room, Zodiac, The social network, Il curioso caso di Benjamin Button sono le altre perle di questo americano atipico, maniaco e visionario.

Il regista di Denver probabilmente non ha passato un bel periodo dal 2002 al 2007.
Cinque lunghi anni senza dare alle stampe nessun film.
Sembrava bloccato da chissà cosa o da chissà chi.
Io lo aspettavo con ansia e lui tornò con un nuovo capolavoro di genere poliziesco-investigativo.
Zodiac.

Di solito quando un artista sta fermo parecchi anni chissà perchè ho l'impressione che stia combinando qualcosa di importante.
Probabilmente si tratta di ricaricare le batterie o probabilmente solo di coincidenze.
Al contrario diffido molto da chi sforna album/libri/film con eccessiva continuità, diciamo tutti gli anni o quasi.
Anche Fincher - purtroppo - ha avuto il suo passaggio a vuoto e a mio avviso si tratta proprio del fenomeno dell'eccessiva esposizione.
Sono qui a raccontarvelo, con un briciolo di amarezza ma è così.
Anche i grandi sbagliano.

Ho visto "Millennium - Uomini che odiano le donne" e senza dubbio è il suo peggior film.
Non è un caso che venga solo un anno dopo "The Social Network" per il discorso che facevo prima.

Si tratta di un remake, ma in realtà è esattamente la riproposizione del film svedese di qualche tempo fa.
Primo dubbio: perchè rifarlo a soli due anni dalla versione originale? perchè ricostruirlo senza apportare nessun cambiamento?
L'impressione è quello di un "dèja vu" fastidioso.
Battute, inquadrature.
Tutto torna.
Tutto sa di già visto.
Inoltre ho l'impressione che il film del 2009 abbia catturato meglio l'atmosfera svedese, il clima mentale in cui si svolge la vicenda.
Anche gli attori sembrano ricalcare senza slancio le interpretazioni del film di due anni fa.
Non basta qualche scena davvero sconvolgente per sollevare le sorti del film.
Sembra che Fincher abbia lavorato per onor di cronaca, senza marchiare la pellicola con il suo stile, con i suoi messaggi.
In definitiva la parte migliore del film sono i 3 minuti iniziali, con il rifacimento di "Immigrant Song" dei Led Zeppelin da parte di Trent Reznor dei Nine Inch Nails, cantata splendidamente da Karen O degli Yeah Yeah Yeahs.
Per il resto nebbia, e pure molto fitta.
E la neve del nord della Svezia, che cade implacabile sulle polveri bagnate del mio regista preferito.

Meglio la pioggia, dico io.
Quella che in Seven cadeva copiosa ad ogni angolo della città.
Quella che faceva dire a Morgan Freeman una delle migliori frasi che abbia mai sentito dire in un film.
"Hemingway una volta ha scritto che il mondo è un bel posto e vale la pena lottare per esso. Condivido la seconda parte".

Consiglio spassionato: Prendersi almeno due anni di pausa da Hollywood.
Ricaricare le batterie e tornare più feroci di prima, please.
Qui sotto il link della colonna sonora.
Da ascoltare...

mercoledì 11 agosto 2010

Fisco, scontrini e decadenza

Due volte nello stesso ristorante.
Due volte che mi fanno il conto su un post-it dicendo: "senza la fattura va bene così"
Grazie al cazzo che va bene così, ho pensato.
"Se ci metti l'IVA veniva 36 euro a testa e per le cose che abbiamo mangiato ti denuncerei alla "buon costume" per atti osceni, non alla finanza".

Atto secondo:
Vado a mangiare un hamburger.
Questa volta è la persona che è con me (commerciante a sua volta) ad insistere affinchè l'esercente non faccia lo scontrino, come a fargli un favore in segno del nostro apprezzamento per il panino appena trangugiato.
Insiste.
Alla fine il tizio dietro il bancone accetta, ci regala le patatine e insiste comunque nel battere qualche cosa.

Terzo episodio.
Macchina con una gomma a terra.
13 euro per 10 minuti di lavoro (scarsi) da un gommista di paese
Vado a pagare.
Ricevo il resto e un bel sorriso da parte della signorina.
Eh no, adesso ne ho piene le palle.
Ad agosto non si batte nulla in cassa??
La guardo dritto negli occhi.
"Mi fa lo scontrino per cortesia?"
Non faccio neppure in tempo a finire la frase che me lo ritrovo già in mano.
Paura che fossi della Finanza eh?

Epilogo:
Voi dipendenti pubblici e/o privati: prendete in mano la vostra santa busta paga.
Guardate per pura combinazione il lordo e confrontatelo con il netto.
Tutto chiaro?
Ora guardate i servizi che attraverso le imposte sono erogati dagli enti pubblici.
Potrebbero forse essere migliori se tutti i commercianti facessero gli scontrini?
Pensate che esigere lo scontrino sia un atto di scortesia? oppure che esentare l'esercente sia un modo per gratificare il suo lavoro?
Pensate che non vi venga in tasca nulla nel richiederlo?
Pensate che sia giusto così?
Dipendenti cornuti e mazziati.
E liberi professionisti/commercianti liberi di evadere, questo è il risultato.
E poi non lamentatevi, cazzoni, non lamentatevi.
E' solo colpa vostra...

sabato 17 luglio 2010

Gettare all'aria il nostro tempo rubato


"Non è la fatica, è lo spreco che mi fa imbestialire"
Comincia più o meno con questa frase la title track del nuovo lavoro (molto affascinante) dei Perturbazione.
Parla di lavoro, catene di montaggio, turni di notte, amicizie.
Non ho mai lavorato in fabbrica ma il tema lo sento mio.
Dopotutto chi lavora in ufficio si riduce a lavorare in serie proprio come in stabilimento.
Al posto di usare le mani si usano le dita sulla tastiera e il telefono.
La fatica è diversa ma la frustrazione (nell'eventualità che il lavoro sia ripetitivo e logorante) è identica.

"Non è la fatica, è lo spreco che mi fa imbestialire"
Già.
Non dobbiamo avere paura di lavorare, di sudare.
Dobbiamo scandalizzarci per come tutti noi veniamo "sprecati" nelle dinamiche di lavoro.
Teste pensanti lobotomizzate alla perfezione nella concatenazione delle medesime operazioni lungo tutto l'arco della giornata.
Non ce ne accorgiamo ma persino le cosiddette "pause di lavoro" si riducono a mera ripetizione di un comportamento standardizzato.
Non si fa pausa quando lo si ritiene opportuno ma solo per pessima, insignificante abitudine.
"Alle 11.15 cascasse il mondo stacco, anche se devo ancora finire di fare una cosa o non sono per niente stanco".
Questa è la logica (del cazzo, aggiungo io...) dalla quale bisognerebbe fuggire.

Per non parlare dello spreco di energie di datori di lavoro o dirigenti.
Spesso sono indaffarati ben oltre l'orario di lavoro ma risultano palesemente incapaci di razionalizzare il loro tempo.
Magari sprecano intere mezz'ore al telefono per chiarire un aspetto le cui effettive esigenze richiederebbero cinque minuti.
Oppure si affannano a occuparsi di cazzate quando è chiara a tutti la presenza di priorità di gran lunga più importanti.
Ma la loro miopia - a volte - è davvero imbarazzante.

Lavoratori, dirigenti, proprietari, azionisti, finanziatori e millantatori
Il mondo del lavoro butta nel cesso migliaia di ore delle nostre/vostre vite.
Invece di investire in qualità della vita, in apprendimento.
In felicità.
Non so perchè ma il tempo mi mette ansia.
O forse è solo un pizzico di paranoia.
Torno ad ascoltare "del nostro tempo rubato" dei Perturbazione.
Dateci un occhio anche voi.
Tempo investito, certamente non sprecato.

giovedì 27 maggio 2010

La differenza tra Vasco Rossi e Luciano Ligabue


Ieri sera su Mediaset Plus ho visto in replica una puntata di Matrix (con il conduttore più raccomandato della storia della televisione italiana) sui 50 anni di Ligabue.
La sua musica - è doveroso premetterlo - mi solletica il palato quanto un panino ripieno di polistirolo ma questa è un'altra storia.
Il personaggio è gradevole, con un'intelligenza spiccata e atipica.
Infatti sono rimasto sintonizzato e praticamente ho visto quasi tutta l'intervista.

Ho avuto conferma di queste sensazioni, con l'ulteriore nota positiva dell'ascolto di alcuni testi assolutamente di rilievo a cui riconosco dignità artistica.
E poi il personaggio diverte, spinge alla riflessione, propone.
E' riuscito ad andare oltre le domande di un povero idiota che non conosce nulla di musica, patetico nei suoi tentativi di risultare un credibile intervistatore.
Ligabue parla da musicista e questa cosa mi piace.
Non spara cazzate del tipo "bisogna andare al cuore della gggente" oppure "io sono tutto questo grazie ai miei fans".
Alla domanda "perchè hai cambiato band tre anni fa" riponde "perchè avevo necessità di avere una sezione ritmica più precisa che aiutasse il mixaggio nelle location di ampie dimensioni"
Per di più spiega perchè ciò succede, entrando nei dettagli.
Bravo.

Di certo non sale sul palco a fare il segno "della figa" con le mani.
Di certo non sbiascica "frasette" da quinta elementare.
Di certo non mostra il dito medio a chi lo deride dopo una rovinosa caduta.
Di certo non vuole fare il ragazzino a 60 anni suonati.
Di certo non affronta le tematiche del sesso come un quindicenne arrapato
Di certo non incarna il peggio della musica italiana.

Ligabue è un po' come il Partito Democratico.
C'è gente che lo vota turandosi il naso, pensando che il peggio (il Modenese) stia dall'altra parte e forse non c'è altra via.
Forse è vero.
Ma io, senza colpo ferire, preferisco non turarmelo e ascoltarmi l'ultimo Deftones (che mi fa allargare le vene del collo e aprire le fauci come le urla disperate di Chino Moreno)
Ah, i Deftones...
Mi "caricano di rabbia" al punto giusto per rimettermi a scrivere...

domenica 11 aprile 2010

Scritto, mangiato, digerito e vomitato.

Libri scritti da musicisti.
In passato molte case editrici hanno puntato sul grosso nome: Ligabue, Zampaglione e chissà quanti altri.
Ovviamente i grossi nomi fanno cassa, ci mancherebbe.
Una scoreggia di Vasco Rossi messa su carta è pur sempre una scoreggia di Vasco Rossi...
Noblesse oblige...

Tralasciando questi casi limite, ritengo che il musicista sia - per sua stessa natura - propenso alla comunicazione e quindi generalmente adatto a questo tipo di esperienza.

Emidio Clementi dei "Massimo Volume" penso sia il più fulgido esempio di scrittore di grande talento, a mio parere un vero punto di riferimento.
La cosa che stordisce dei suoi libri è quello che lui stesso definisce "potenza di parola".
Le sue frasi ti scavano dentro, trovano riparo nell'intestino e lì deflagrano.

Magnifico.

Cristiano Godano dei "Marlene Kuntz" è invece una vera delusione, anzi no.
Me l'aspettavo.
Non è tipo da libri... il suo ermetismo canoro non lo agevola.
Il suo libro "I Vivi" è quanto di più lento, palloso, pretenzioso e insignificante abbia mai letto.
E sono solo racconti, figuriamoci si fosse impeganto a scrivere un romanzo...

Giovanni Lindo Ferretti dei C.S.I. sembrerebbe più adatto a ricoprire il ruolo di musicista-scrittore.
In realtà il suo libro non sono neppure riscito a finirlo.
Non l'ho proprio capito, così come le parole e l'articolazione delle frasi nel contesto narrativo.

E allora mi chiedo: ognuno deve fare il suo mestiere? scrivere dei testi aiuta a scrivere un libro? leggere tanto aiuta a scrivere un buon libro? guardarsi intorno aiuta a scrivere un buon libro?
A ciascuna di queste domande riesco a fatica a dare una risposta, ma quello di cui sono certo è che per fare un buon libro bisogna necessariamente sottostare a una regola (e qui cito Chuck Palahniuk): "Scrivi quello che ti piacerebbe leggere e non hai mai letto".
Ah.... quanto mi piace Palahniuk....

martedì 23 marzo 2010

In coda verso la sventura


Non ho mai capito per quale motivo gli esseri viventi residenti in Italia, nel caso abbiano un figlio piccolo, decidano di appiccicare un adesivo sul lunotto della propria macchina.
Un adesivo agghiacciante:
"Bimbo a bordo".

Con qualche variante anglosassone (tipo "Baby a bordo" o "Baby on board") questo orripilante triangolino bianco bordato di rosso (e spesso contornato da pupazzetti e orsacchiotti vari) è piazzato con noncuranza nel retro di macchine di piccola cilindrata, famigliari, fuoristrada, SUV, citycar e perfino auto sportive.

Mi sono sempre chiesto a che cazzo serve e la risposta che mi sono dato è: chi l'ha piazzato vuole che chi lo legge mantenga la distanza di sicurezza e si metta una mano sulla coscienza.
Del tipo: "Non incularmi, ho mio figlio piccolo in macchina".
Roba da matti.

Prima di tutto tuo figlio non è perennemente inchiodato in macchina, quindi non ho la minima idea se sia a casa con la nonna o al contrario con quella sciagurata di sua madre (al volante) sul sedile posteriore della macchina.
In secondo luogo cercherei di non incularti comunque, indifferentemente dal fatto che ci sia o meno un bambino a bordo.
Terzo fatto: Ho tutta l'impressione che tu, mia cara mamma, non me la racconti giusta.
Secondo me piazzi quello stupido adesivo trovato nella confezione dei Pampers o nel latte in polvere solo per comunicare al mondo intero che TU HAI UN FIGLIO.
E io rispondo: chi se ne incula.

E' forse un motivo di vanto? hai forse fatto qualcosa di estremamente complicato? Può interessare a terzi il fatto che tu hai partorito (come miliardi di essere umani nella storia dell'umanità) un essere umano? che ti sei riprodotta?
Pensa piuttosto al fatto che non ti sei resa conto che su quello stupido adesivo campeggia il logo di un prodotto di consumo, che gli fai pubblicità gratuita in giro per tutta la città e hai usato a questo scopo tuo figlio mercificandolo.
Pensaci.
E magari, già che ci sei, non appiccicarne addirittura due a fianco l'uno dell'altro con i nomi dei tuoi due figli Daniele e Alessandra ben stampati sotto.
Come ho visto stamattina, prima di andare al lavoro, in coda verso la sventura.

martedì 16 marzo 2010

Che gran bella cosa, la memoria...


"Quando vai di un andare mentale, e sono solo strade e case
E case e strade.
Sono giorni, che in fondo non ricordi"

Non ho per niente una buona memoria.
Invidio profondamente chi la può vantare e io purtroppo non posso annoverarmi tra questi.
Non mi ricordo mai un cazzo, è un dato di fatto.
O meglio: ho notato che la mia memoria fa molta più fatica quando il legittimo proprietario (cioè io) non è propriamente interessato alla materia
Mi ricordo con una certa facilità, per esempio, i titoli dei dischi, i nomi dei componenti dei gruppi musicali...
Oppure i titoli delle canzoni.
Ma mi devo sforzare come un dannato in tutti gli altri casi.
Non parliamo delle citazioni, una vera tragedia.

La frase che ho scritto in alto è praticamente l'unica che mi ricordo.
Per intenderci: è difficile che mi ricordi anche i proverbi in rima, figuriamoci frasi articolate e non particolarmente lineari come quella che ho scritto.
E invece quella me la ricordo, eccome.
L'ho riportata anche sul mio primo libro, ovviamente tra virgolette visto che appartiene a Giambeppe Succi degli ormai compianti Madrigali Magri, gruppo piemontese di art-rock degli anni '90.

Stasera torno dal lavoro e percorro il solito tragitto di tutti i giorni.
Mi salta in mente quella frase, me la ricordo perfettamente (almeno credo).
Godo nel ricordarla, me ne compiaccio.
La migliore che abbia mai sentito.
Perfetta per l'occasione, sintomatica per tutti gli automobilisti che stavano in coda con me.
Solo che loro non la sanno, la ignorano.
"Un problema per loro e un punto d'orgoglio per la mia magnifica memoria".
Ahhh... che gran bella cosa, la memoria...

lunedì 8 marzo 2010

I ritmi della routine: tutti i miei sbagli


Sono circa le 21.40 e solo adesso riesco ad aggiornare questo blog.
Mentre mi facevo la doccia pensavo quale sarebbe potuto essere l'argomento del post di questa sera.
Mi è venuta in mente una frase, proprio mentre mi stavo insaponando, che reputo degna di nota:
"Il lavoro nobilita l'uomo".
Bella no?
Se mi guardo alle spalle vedo che il lavoro "la fa da padrone", questo sì.
Ma non trovo per niente vero l'assunto secondo il quale questa "attività obbligatoria" mi abbia reso migliore
Anzi, tutt'altro.

Quarant'anni fa tutti giuravano che il progresso tecnologico ci avrebbe fatto lavorare di meno, che avremmo avuto più tempo libero.
Che il lavoro sarebbe stato meno pesante.
Mi sembra che questa previsione sia stata del tutto sbagliata, il classico oroscopo sconfessato e mandato a puttane dalla realtà dei fatti.
Oggi si lavora di più, si fa più fatica e i ritmi si sono alzati.
Io personalmente ormai non riesco a fare nulla che non sia il mantenimento dei ritmi della routine quotidiana.
Gestisco l'ordinario e - come mi è capitato oggi - nel caso si verifichi un imprevisto mi ritrovo nel panico, finendo in sofferenza di tempo e in deficit di fatica.
Questa si chiama frustrazione allo stato puro, incapacità di tenere sotto controllo il tempo.
Non riesco più a leggere, a informarmi, e ho 12 libri in arretrato (e chissà quanti dischi ancora da ascoltare).
Il lavoro occlude il pensiero, lo snerva, gli succhia energie vitali.
Quindi rende meno liberi, non ci sono cazzi.

E adesso lasciatemi stare che devo andare a differenziare i rifiuti, portare tutto in strada, controllare la scadenza del bollo auto e valutare l'ipotesi di cambiare conto corrente.
Come dicevano i Pink Floyd: "shorter of breath and one day closer to death" (più corto di respiro e un giorno più vicino alla morte).
Allegria, amici ascoltatori.

mercoledì 13 gennaio 2010

Niente sconti, nessun prigioniero, cazzotti nello stomaco e coraggio narrativo


Da circa due settimane sto facendo un lavoraccio infame.
Ho ripreso tutto il libro (al momento circa 120 pagine formato A4) cambiando tutti i tempi verbali, passo dopo passo.
Inizialmente avevo pensato che un'alternanza di presente e passato prossimo fosse la soluzione migliore, non accorgendomi del fatto che tutto gli avvenimenti sono "raccontati" dal protagonista, quindi si tratta sostanzialmente di un corposo nucleo di flashback (a volte a ritroso).
Ho deciso quindi di utilizzare un'alternanza di passato remoto e passato prossimo, anche in funzione del tipo di approccio narrativo che ho deciso di sviluppare.
Infatti tutto quando è raccontato non "da un osservatore esterno" ma "dallo stesso protagonista" e questa impostazione facilita l'utilizzo del passato remoto in termini di INCISIVITA'.
Ovviamente non sono io a dirlo, mi limito a prendere atto di alcune posizioni tecnico-stilistiche che ho rivisto in alcuni libri che mi hanno convinto.
E poi sono sicuro di una cosa: per scrivere un buon libro bisogna scrivere quello si vuole leggere.
Il libro che mi piacerebbe scrivere non esiste? ok, lo scrivo io.
Inizialmente pensavo che qualche "piccola concessione alla platea" fosse necessaria.
Ora penso che il contrario: per piacere a qualcuno bisogna essere puri, guardare se stessi e scrivere il libro che si vorrebbe leggere.
Niente sconti, non si fanno prigionieri, cazzotti nello stomaco e tanto coraggio narrativo.
Ecco i quattro comandamenti che sto seguendo.
Avanti così, cazzo.

domenica 3 gennaio 2010

Rock 'n books yeah!

In questi giorni sto lavorando moltissimo al mio libro.
Almeno 5-6 ore al giorno, agevolato dal fatto che sono in ferie e mia moglie è via per lavoro (ma rientra stasera, per fortuna).
I risultati si vedono, ho concluso un capitolo molto importante posizionandolo all'interno del tessuto narrativo.
E' circa un mese che non aggiungo nessun capitolo in coda ma tendo a sviluppare spazi lasciati vuoti tra capitolo e capitolo che - a mio avviso - dovevano essere riempiti per sviluppare meglio la trama.

Penso che il giusto mix per un libro sia coniugare al meglio un trama complessa (ma lineare) con una forma espressiva con le doti dell'immediatezza.
Parola d'ordine: ritmo nella lettura

La lettura deve essere incalzante, si deve sentire la musicalità delle parole, il loro scorrere.
Sotto questo punto di vista il fatto di aver scritto per 12 anni i testi (in italiano) di una rock band mi è stato di grandissimo aiuto.
Probabilmente non avrei minimamente avuto il coraggio di procedere nella direzione della scrittura se non avessi avuto un'esperienza così importante alle spalle.

Scrivere liriche ti aiuta a sintetizzare, cercare una scorrevolezza espressiva e fonetica che a mio avviso è quanto di più importante per uno scrittore.
Ora però ne ho piene le palle di scrivere al pc (lo sto facendo da troppo tempo).
Chiudo i battenti e me ne vado a portare il "cervello all'ammasso" (come dice mio padre) accendendo la televisione.
A presto.

martedì 29 dicembre 2009

Elogio del nulla

Sono partito con l'idea di scrivere qualche cosa di positivo su un certo agomento.
Prima ho pensato di scrivere quanto sia innamorato del buon cibo, dell'aragosta e del tartufo bianco.

Poi ho pensato di scrivere che se proprio dovevo parlare bene di qualcosa, forse questa cosa poteva essere una canzone, forse un disco. Ne ho così tanti.
Poi mi sono spostato.

Naaa... i viaggi! Ecco si! mi piacerebbe tanto tornare a Cuba, magari per un mese intero.

Per visitare la fabbrica di sigari Partagas, proprio dietro il Capitolio in centro a L'Habana.
Oppure bere una buona bottiglia di vino, ecco quello di cui ho intenzione di tessere le lodi in questo post.

No, no...
Ho finito gli argomenti.
Non ce la faccio.
Forse non ce la faccio, anzi a questo punto è sicuro.
Bisogna cercare di non sparare troppe cazzate, le parole costano e vanno rispettate quanto e più di noi stessi.
Sono due settimane che non scrivo, che non aggiungo niente al mio libro.
Ho un sacco di idee, devo solo mettermi alla tastiera proprio come sto facendo adesso.
Ma al momento non lo faccio.
Non ho belle parole per niente e (quasi) per nessuno, ma questa è la mia caratteristica.
Forse l'unica cosa che mi va di lodare - in questo momento - è il nulla in cui molti galleggiano e in cui molti forse dovrebbero galleggiare.
Il vuoto ha ancora il suo crudo significato.
Ogni tanto guardiamo da sdraiati l'angolo del soffitto.
Coltiviamo il nulla e lasciamolo crescere.
Ho l'impressione che porterà buoni frutti.

martedì 24 novembre 2009

Iniettare qualcosa (non eroina però...)

Ho comprato l'ultimo libro di Dan Brown.
So che è considerato un paraculo, un semplice rielaboratore di idee altrui.
E forse qualcuno lo aiuta nello scrivere, tipo un ghostwriter.
Dubbi "che non fanno bene al gioco del calcio" come direbbe un qualsiasi commentatore televisivo carico di retorica, ma qualcosa su questo libro c'è da dire.

Infatti, alla faccia dei detrattori, l'ho trovato piacevole.
Non tanto per la storia, forse non particolarmente originale (il solito pazzo-fanatico presente in tutti i suoi precedenti libri, il solito contorno artistico-esoterico, i consueti codici indecifrabili che diventano decifrabili con un intuizione che nessun essere umano avrebbe mai potuto avere) ma per la voglia di andare oltre i soliti confini narrativo-descrittivi.

Ho notato una propensione in questo libro di Brown.
Ho notato una genuina propensione per il suo lettore, la volontà di trasferirgli un'immagine differente della vita e della realtà. La voglia di iniettargli un dubbio riguardo la sua esistenza.

Molto ruffiano, eppure ammirevole nella forma e nella sostanza.
Materiale su cui riflettere insomma, e di questi tempi è già tanto.

mercoledì 11 novembre 2009

Musica & Libri (part two)

Ho la netta sensazione che per scrivere sia purtroppo necessaria una certa predisposizione naturale.
Ovviamente si tratta di posizioni personali e probabilmente assai discutibili, ma l'utilizzo della parola scritta comporta secondo me una dimestichezza "originaria" che solo in parte è possibile acquisire con lo studio e l'applicazione.

A mio avviso se un musicista ascolta molta musica (e in maniera attenta e costruttiva) acquisirà quasi certamente una capacità compositiva che gli permetterà di "scrivere" cose proprie con una certa padronanza.
Al contrario un "divoratore di libri" potrà leggere quanto vuole, potrà cercare di rubare il mestiere ai più grandi maestri della letteratura ma non è detto che solo per questo riesca a sviluppare una personalità tale da permettergli di scrivere un libro.
Ho la sensazione che uno scrittore si riconosca già all'età di dieci anni, mentre un musicista possa sbocciare in qualsiasi momento grazie a impegno e dedizione.
Questa cosa un po' mi dà noia.
Mi sento marchiato a vita e impossibilitato a diventare scrittore.
O lo sono già (e me ne accorgerò presto), oppure rimarrò uno dei tanti coglioni che pensano che il proprio libro valga qualcosa mentre in realtà non è così.
Una sorta di resa dei conti, di biglietto per sola andata.
Ma queste battaglie sono come sale versato su una ferita.
Solo se sei in grado di resistere potrai vedere che cosa c'è in fondo al tunnel.

martedì 10 novembre 2009

Musica & Libri (part one)

Musicisti si diventa. Scrittori si nasce.
Ho sempre creduto molto nel lavoro e, al contrario, assai poco nel talento naturale.
Mi sono sempre imbattuto in chi si sentiva "baciato dalla sorte" per il fatto di riuscire a mettere insieme degli accordi o a scrivere un testo e ho sempre avuto un moto di fastidio nei loro confronti.

Il talento, nella musica, è meno importante di quello che si pensa: non ho mai creduto all'ispirazione (una vera fesseria) e neppure alle illuminazioni che ti aprono la mente.
E non perchè non le abbia mai avute: semplicemente non credo siano determinanti...

Il succo della questione sta nel trovare gli artifizi necessari per permettere che quelle intuizioni si sviluppino in maniera equilibrata e si dipanino nell'ambito che è loro congeniale.
In sintesi bisogna avere "mestiere"... lavorare prima con il martello pneumatico e poi con lo scalpello.
Nick Cave diceva che tutte le mattine, dopo colazione, "andava al lavoro" nel suo studio.
Si sedeva e iniziava a comporre come se fosse un impiegato qualsiasi.
La penso esattamente nello stesso modo, ma forse con la scrittura la cosa è un po' diversa.
Domani vi dirò perchè.
 
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