domenica 22 gennaio 2012

Piccole eccezioni senza senso




Ormai è un bel po' che non vado al cinema con mia moglie.
Il nostro piccolo "mostro" di 19 mesi va a letto alle 20.30 e quando chiude gli occhi c'è solo voglia di buttarsi sul divano senza l'impiccio di chiamare una baby sitter e vestirsi per andare a vedere un film qualunque.
Quindi ci si butta sulla televisione, cazzo vuoi farci.

Gira che ti rigira i canali su cui sbatti la testa sono sempre quelli, così ho iniziato a cercare se c'è qualche canale e qualche programma che stupidamente ho ignorato.
Vado su History Channel.
"Affari di famiglia"
Che titolo del cazzo, penso.
Si parla di un moderno negozio di Las Vegas (gestito da una famiglia di pseudo pazzi) che compra da chiunque oggetti che possono avere un valore commerciale.
C'è gente che vuole vendere un sedile ejettabile di un jet degli anni '60, chi arriva con sciabole della guerra d'indipendenza, chi propone una macchina portatile per fare l'elettro shock degli anni '50.
Tutti vogliono vendere e spesso il negozio compra a 10 per poi scoprire che l'oggetto può essere rivenduto a 25.

I proprietari sono dei mattatori e l'hanno sempre vinta.
Arrivano personaggi che devono sposarsi e hanno bisogno di soldi, altri che devono fare un viaggio e devono incamerare qualcosa. Altri ancora che sono stufi di vedere una vecchia pompa di benzina in garage e decidono di vendere quel ferrovecchio ripieno di escrementi di topi per qualche centinaia di euro, salvo poi scoprire che restaurata può essere venduta a migliaia di dollari come prezioso oggetto di arredamento.

Insomma, a questi stronzi del negozio (simpaticissimi per la verità) va sempre di lusso.
Quando non sono sicuri della valutazione chiamano un esperto che li ragguaglia ed eventualmente li mette in guardia sul valore effettivo dell'oggetto.
Così non sbagliano mai.

Vedo decine di puntate, davvero divertenti.
Ma tutti gli oggetti sono comprati facendo grossi affari sulle spalle di persone prevalentemente bisognose.
Poi arriva la puntata di ieri.
Un tizio si presenta in negozio per vendere un vecchio gilet indiano per neonati.
Il proprietario analizza il manufatto e vede che le cuciture sono fatte di budello.
È originale.
Lo compra a 1300 dollari, senza chiedere aiuto al solito esperto.
Lo chiama solo il giorno seguente e questi gli dice che le cuciture sono di cotone e non di budello.
È un falso invecchiato ad arte.
Non vale nulla.
E io, per la prima volta da quando guardo il programma, godo.

Succede così poco nella vita di vedere i più forti che soffrono che bisogna godere anche di queste inezie, di questi particolari insignificanti.
D'altronde mi sembra che i taxisti paghino la manovra, mentre i notai non fanno una piega e continuano a navigare nelle banconote come ormai fa solo Paperon de Paperoni.
Per il momento accontentiamoci di piccole eccezioni senza senso.
A Las Vegas.
In televisione.
Seduti comodamente sul divano.



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domenica 15 gennaio 2012

Anni e anni di musica indie. Mediocre.




Ho comprato un disco tributo a quello che considero uno dei più straordinari gruppi musicali degli ultimi trent'anni: Santo Niente
I gruppi che si cimentano con il materiale ad alta gradazione emozionale sono parecchi e tutti poco conosciuti ai più.
Ascolto con curiosità il disco tre-quattro volte.
Conosco le canzoni a memoria e apprezzo lo sforzo.
Ma questo disco lo considero davvero sintomatico e altamente simbolico delle condizioni dell'indie italiano degli ultimi dieci anni.
Mediocre.

Ci sono gruppi che si sforzano di rielaborare il pezzo in funzione della propria attitudine, riarrangiano e ci mettono le proprie energie migliori.
Ci sono gruppi che decidono di risuonare il pezzo pari-pari all'originale, magari arricchendolo di uno stacchetto qua e di un effetto di chitarra là.
Ci sono gruppi che decidono di stravolgere completamente il pezzo che non assomiglia più a niente, barattando l'identità di un qualcosa con la propria voglia di staccarsi radicalmente dalle radici del pezzo.
In ogni caso il risultato è mediocre, incredibilmente mediocre.
Nessuno riesce davvero a lasciare il segno, anzi qualcuno massacra pezzi memorabili traducendo il testo in italiano e cantandolo in un improbabile inglese infischiandosene completamente della centralità dei testi nel progetto di Umberto Palazzo.
In quasi tutti i casi a mancare è la personalità, l'interpretazione vocale è assente o caricaturale, asettica o completamente fuori fuoco.
L'unico gruppo che fa ampiamente il suo dovere è Giorgio Canali con i suoi Rosso Fuoco e questo non fa che confermare e aumentare l'amarezza.
I "ggggiovani" non ci sono proprio.
Zoppicano paurosamente.
E ovviamente tutti i gruppi suonano da dio, probabilmente con mezzi tecnici superiori rispetto allo stesso Santo Niente, ma non è questo certamente il punto.

La situazione dell'indie in Italia collima perfettamente con la condizione di questo disco.
Sono dieci anni che non c'è un gruppo che rompa le palle davvero, che abbia un'urgenza comunicativa, un talento "operaio", un'anima creativa e distruttiva che catturi le energie rock della penisola.
Ci aggrappiamo a musicisti ultraquarantenni e agli ultimi veri gruppi devastanti degli agli anni '90 ma anche loro prima o poi dovranno cedere al manierismo (qualcuno lo ha già fatto) o al peso degli anni.
Se si pensa che si considera giovane un gruppo come i Verdena mi viene veramente da ridere, pensando che hanno superato i trenta da un pezzo e che il loro prossimo album sarà il sesto (non il secondo... ragazzi.... non il secondo....)

Aggiungo un ulteriore tassello a queste considerazioni.
Non sento un ottimo testo da dieci anni da parte di un gruppo esordiente.
Ne ho sentiti di discreti, di "carini".
E ne ho sentiti a centinaia di schifosi, imbarazzanti.
Molti si nascondono dietro il solito inglese ma basta poco per svelare il trucco.
Se li leggi sul libretto e li traduci ti rendi conto che fanno pena.
Così qualcuno ha smesso di metterli nel booklet per evitare il confronto oppure ha deciso improvvisamente che fare musica strumentale era la cosa migliore e su quest'ultimo punto concordo pienamente.
Se non sai che cazzo dire è meglio che stai zitto.

Sotto i trent'anni adesso come adesso non salvo nessuno e sinceramente mi sono anche rotto le palle di dare fiducia a quello o a quell'altro mettendo sul banco i miei euro.
L'ultimo fenomeno sul quale ho creduto veramente sono state Le Luci della Centrale Elettrica, ma è durato lo spazio di un disco.
Ora ripunto tutto su I Cani.
Ma so già che con il prossimo disco sarà un'altra delusione.
Così rimetto sul lettore "Hai paura del buio?" degli Afterhours e mi metto comodo.
Di tempo ne ho a bizzeffe.


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domenica 8 gennaio 2012

Con la testa contro un muro



Ho preso una multa per divieto di sosta, in un parcheggio sotterraneo di un centro commerciale.
Sono anni che parcheggio in quel posto, ovviamente quando è libero visto che sono tutt'altro che l'unico a farlo.
Si tratta di un posto auto che qualche genio della segnaletica ha considerato come non utilizzabile, in quanto ha deciso di disegnare a terra delle strisce pedonali.In realtà sono delle strisce pedonali che non conducono da nessuna parte, nel senso che conducono esattamente contro un muro.
È pazzesco ma è così.Al posto di fermarsi quattro metri prima le strisce pedonali sono state disegnate fino all'impatto con il muro, cosa che non ha davvero alcun senso.
Probabilmente - e questo è l'unica ragione - dovevano avere della vernice da terminare.

Parcheggiare in quel posto non comporta nessun inconveniente per nessuno.
Il pedone di solito utilizza un passaggio pedonale per andare da un punto A ad un punto B.
Se c'è solo un punto A (in quanto il punto B è semplicemente un muro) non si capisce che minchia di passaggio pedonale sia.
Ottanta euro di multa, cazzo.

Decido di andare dai vigili e spiegare le mie ragioni."Datemi pure una multa per divieto di sosta per aver parcheggiato al di fuori degli spazi contemplati, ma non ditemi che il divieto di sosta è per aver parcheggiato sulle strisce... Quelle strisce sono farlocche... Non hanno senso!"
Il vigile capisce, mi guarda e mi risponde in un modo che inizialmente non capisco." No, vede... Qualche decina di metri prima c'era una macchina parcheggiata sulle strisce che intralciava il passaggio dei carrelli della spesa...
"E io penso... " Cazzo me ne frega di quest'altra macchina? Io sto parlando della mia!"Poi capisco.
Il vigile mi fa capire.
Il succo è questo: " Non te l'avremmo mai data quella multa... Sappiamo che quel parcheggio non comporta problemi. Ma se il tizio dell'altra macchina fosse uscito e si fosse accorto che un'altra macchina sulla continuazione di quelle stesse strisce non aveva la multa, allora ci avrebbe rotto le palle e noi saremmo stati in torto. Così facendo nessuno ci può dire che abbiamo sbagliato. Due macchine sulle strisce e due multe. Punto e basta"

Bello no? Questo è il modo di ragionare di molti soggetti che attualmente hanno il compito di fare applicare delle regole.
Le applicano e basta.
Azzerano il ragionamento, non vogliono rotture di coglioni.
La legge dice A? Bene non mi frega un cazzo di utilizzare i neuroni.
Dico A e basta.
Il passaggio pedonale porta dritto contro un muro e chi lo ha disegnato era probabilmente ubriaco? Non è compito mio valutare la cosa. Io faccio le multe e vedo una macchina sopra un passaggio pedonale.
Ottanta euro e non quaranta per il semplice divieto di sosta.
Vai così.

Mi immagino già il solerte vigile fare la multa a un cadavere vittima di un incidente stradale.Dalla scena era palese che non indossava le cinture.
Cinquanta euro e meno due punti sulla patente.
E poi venitemi a dire qualcosa, cazzo.

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venerdì 30 dicembre 2011

The Money Drop: e siamo tutti milionari


Mia moglie si occupa di dipendenze.
E' psicoterapeuta.
L'altro giorno mi passa un libro e mi dice: leggi da pagina "x" a pagina "y".
Il testo tratta la più preoccupante forma di dipendenza degli ultimi 20 anni, o per lo meno quella che è destinata a crescere con maggiore intensità.
La dipendenza da gioco d'azzardo.
Sì, sì... lo so...
Giocare qualche volta al superenalotto o al gratta e vinci non è poi una tragedia ma... ne siete poi così sicuri?
Sul libro si parla delle possibilità di vincere il premio da un milione di euro al gratta e vinci.
Se mettessimo in fila tutti i "grattini" da Bolzano a Reggio Calabria, come una specie di autostrada della fortuna, solo uno sarebbe il biglietto vincente.
La probabilità risulta quindi essere dello 0.0000176%
Sì, avete letto bene.
Eppure l'italiano corre a comprare il tagliandino da grattare con la moneta, quasi come se si sentisse predestinato, come se sentisse di meritare altro.
In realtà meritiamo di solito quello che siamo, e forse - vista la nostra intelligenza - neppure quello.

Così rimaniamo affascinati dal bonus di benvenuto di 300 euro del Casino "On Line" di William Hill, oppure da Miccoli che dice in televisione "Bello vincere in casa!"
Un po' meno perdere, aggiungerei io.
Come capita sempre, d'altronde.
Buffon ci invita a sfidarlo a poker su decine dei più importanti siti, in televisione e sui giornali.
Le agenzie sponsorizzano squadre di calcio di serie A e martellano con la pubblicità quasi a livello delle compagnie telefoniche.
Il businness è enorme e ci stanno spennando, con il sorriso sulla bocca e il luccicchio tipico dei diamanti falsi e dei cervelli sopraffini che hanno escogitato lo stratagemma.

Qualcuno ha mai sentito dire la fatidica frase "ho perso a poker on line?"
Ovviamente nessuno.
Tutti con il saldo in pareggio o in attivo.
"No, no.... mi sta andando bene... sono ancora sopra di 200 euro..."
Vedremo tra un po' di tempo come sarei messo amico, e ricordati che il banco vince sempre.
In tutto questo marasma lo Stato cosa fa?
Incamera le briciole di tutto questo fiume di denaro.
Percentuali (al contrario di quello che si può pensare) inferiori al 10%.
Anzi, a dirla tutta le percentuali sono a scendere con l'andare degli anni a venire.
Bravo Tremonti.
Incredibile, vero?

Poi arriva su Canale 5 "The Money Drop" condotto da Gerry Scotti.
Un milione di euro (vero!) sul tavolo da gioco in banconote da 50 euro.
I concorrenti sbavano, impazziscono, esultano per avere dato una riposta esatta che neanche un bambino da 5 anni avrebbe sbagliato.
Il contatto fisico con il denaro è straniante, imbarazzante quasi demoniaco.
I loro occhi sono lì a dimostrarlo.
Ovviamente portare a casa anche solo 25.000 euro sarà un'impresa titanica ma questo a loro non importa.
Il milione di euro è lì.
Vedono il denaro e per la prima volta lo toccano, ne sentono il profumo.
Anche il telespettatore ha la stessa sensazione.
E poi, quasi narcotizzato, si attacca al PC per un'innocua partitina alla roulette.
Ho l'impressione che mia moglie guadagnerà bene negli anni a venire.

lunedì 26 dicembre 2011

A Santo Stefano sono un po' caustico.


A casa dei miei suoceri c'è l'abbonamento a "Famiglia Cristiana", così qualche volta lo prendo in mano e lo leggo.
Settimana scorsa nello Show di Fiorello si vede che è volata qualche battuta sull'uso del preservativo e sappiamo tutti cosa ne pensa la CEI.
La ricetta è chiara: non vuoi prendere l'AIDS? non trombare.
Punto.
Vorresti trombare senza prendere l'AIDS grazie al preservativo?
Non se ne parla neppure, lussurioso dei miei coglioni.

Lo show di Fiorello lo vede un botto di gente e il messaggio sulla prevenzione si vede che non piace a Famiglia Cristiana che - ovviamente - ribadisce la sua posizione fatta di castità e forza di volontà.
L'Africa non fa eccezione.
Non si deve scopare neanche là.

In redazione arrivano parecchie lettere al direttore (tal Don Antonio) che risponde prima pubblicandone un paio, (come dire: visto che apertura mentale? pubblichiamo anche chi non la pensa come noi...) infine mettendo il "sigillo conclusivo" alla questione con il suo intervento.
Cos'ho da dire in proposito? assolutamente nulla.
Posizione diverse, entrambe legittime.
Una posizione è semplicemente pericolosa per il futuro del mondo, dai tratti reazionaria e contro ragione.
La seconda è fondata sulla prevenzione e la medicina, sulla realtà dei fatti e non sulle favole.
A parte questo non ho niente da dire.
Entrambe le posizioni - lo ribadisco - hanno una loro dignità e sono portate avanti da schieramenti opposti che si fronteggiano.
Tutto normale non vi pare?
Tutto normale.
E allora cos'ho da rompere i coglioni anche questa volta?
Semplice.
La zampata finale dell'articolo non mi è andata giù
Ed è davvero vergognosa.

Diceva più o meno così:
"... parlate pure come volete, esprimete pure le vostre idee e le vostre paure sulla diffusione dell'AIDS. Tanto accanto ai poveri malati di questa terribile malattia ci troverete come al solito i nostri preti e le nostre suore, pronti ad accudirli amorevolmente come al solito..."

Davvero un colpo basso, meschino e di cattivo gusto.
Mi verrebbe da dire: ma bravi, prima li aiutate ad ammalarsi e poi li curate?
E che ne dite della percentuale di risorse dell' "otto per mille" che la Chiesa dedica alle opere di carità tra le quali l'assistenza ai malati? Risulta essere di poco superiore all'8,50%...
Non mi sembra una percentuale di cui vantarsi, tutt'altro.
Per non parlare dello splendido spot televisivo che, riferendosi ai sacerdoti, declama con tono altisonante: "... per uno che sbaglia ce ne sono cento che svolgono il proprio ruolo... bla bla bla..."
E via a giustificarsi per la pedofilia.
Coda di paglia ragazzi?
Casi isolati?
Non so.
Io provengo da un paese di poco più di 5000 abitanti e i preti pedofili li ho visti sul serio da bambino.
Eccome se li ho visti.
Magari loro il preservativo lo usavano pure, chi lo sa.
Sarebbe davvero una beffa per Famiglia Cristiana

venerdì 16 dicembre 2011

Il mio Barone Rampante. Oppure il vostro.


"Le imprese che si basano su di una tenacia interiore devono essere mute e oscure; per poco uno le dichiari o se ne glori, tutto appare fatuo, senza senso o addirittura meschino.
Così mio fratello appena pronunciate quelle parole non avrebbe mai voluto averle dette, e non gli importava più ninete di niente, e gli venne addirittura voglia di scendere e farla finita.
Tanto più quando Viola si tolse lentamente il frustino di bocca e disse, con un tono gentile:
- Ah sì?... bravo merlo!"

Il passaggio che trovate qui sopra è davvero esemplare.
E' tratto da "Il Barone Rampante" di Calvino dove il protagonista, il piccolo Cosimo futuro erede di un casato baronale, decide per protesta contro l'obbligo di mangiare un piatto di lumache di salire su un albero in giardino e passare lì la notte.
All'inizio nessuno si preoccupa, ma ben presto sarà chiaro che Cosimo non ha nessuna intenzione di scendere a terra.
Mai.
Morirà a 65 anni mantenendo fede a quella promessa fatta a se stesso.
L'unica volta in cui si era quasi deciso a farla finita e tornare tra i comuni mortali era stato quando si era vantato con una ragazzina di nome Viola (di cui si era innamorato) di non essere sceso dall'albero dall'ultima volta che l'aveva vista, vale a dire qualche giorno addietro.
E' in quel momento che il suo rigore morale, la sua tenacia oscura subisce un colpo proibito.
Non aveva vacillato neppure con la pioggia, il freddo o il buio.
L'unico momento in cui l'aveva fatto era stato quando aveva reso palese il suo gesto.
Per un attimo lo aveva reso meschino, come dice il narratore.

Ho un amico che a un certo punto si è fatto crescere delle basette davvero improponibili.
Una specie di lanuggine inguardabile che si collega ad una barba "a macchie" con un risultato davvero senza senso.
Non gli ho mai chiesto (al contrario di altri) il perchè lo abbia fatto.
Ormai sono anni che gira così.
Lui non me l'ha mai detto e di sicuro c'è sotto qualcosa per conciarsi così.
Non è importante cosa ci sia.
L'importante è che lui abbia avuto il coraggio di farlo, come il piccolo Cosimo.
La sua "tenacia interiore" è invidiabile, il suo rigore ineccepibile.
Io quando lo vedo lo guardo e lo ammiro.
Anche se tutto quel pelo mal distribuito e organizzato fa davvero cagare.
Nel mio piccolo anch'io vorrei essere come il Barone Rampante.
Ribellarmi al nulla.
Protestare con me stesso più che con gli altri.
Trovare un modo per gratificarmi e rendermi migliore facendomi beffe degli altri.
Oppure nulla di tutto questo.

P.S. Da questa settimana si riparte con il blog.
Ho finito di fare quello che dovevo fare e ora devo solo attendere.
Un post alla settimana ve lo devo.
E scusate l'interruzione.
Paolo

sabato 19 novembre 2011

Stanza di compensazione


Ciao a tutti
Come vedete questo blog è rimasto fermo per qualche tempo, direi quasi un paio di mesi.
Ovviamente non si è trattato di un qualcosa di accidentale ma di un processo ben definito, vale a dire la fine di un ciclo.
Mi spiego meglio:
Questo blog è legato inscindibilmente al "making of" del mio libro "Io mi carico di rabbia"
Ho finito finalmente il mio libro e sto cercando un editore.
Ho fatto un rash finale per la partecipazione al premio Italo Calvino, nel quale ripongo speranze (poche) ed entusiasmo (molto)
Le mi energie sono tutte qui, niente da dire e niente da aggiungere.
Parlo soprattutto di energie mentali ed organizzative.
Questo mi ha portato a non pensare più a questa mia "stanza di compensazione" che è stata determinante nel portare a compimento questo progetto.
Abbiate pazienza ragazzi.
Ho quasi terminato, mi manca ancora poco.
Poi rilancerò in pompa magna tutto il circo che mi circonda.
Le minchiate e le riflessioni.
La frustrazione e la gioia.
Tutto qui dentro.
Nel blog "Io mi carico di rabbia"

sabato 24 settembre 2011

Il centro commerciale delle commesse





Ieri pomeriggio mi trovavo in provincia di Bergamo, più precisamente ad Antegnate.
Passavo di lì per lavoro ed era giusto l'ora di mettere qualcosa sotto i denti.
A un certo punto ho visto spuntare sulla strada statale un mastodontico centro commerciale, una specie di enorme astronave di cemento armato piazzata a guardia del paese.
Gli giro intorno in macchina per qualche minuto e mi rendo conto che è davvero enorme, una specie di mostro che intimorisce solo a guardarlo.
Parcheggiare è un problema, nel senso che bisogna ricordarsi in quale scomparto lo si fa.
Ingresso "Brescia", zona blu, posto 622 e comunque sto bene attento a non scordarmi altri punti di riferimento.
L'interno del mostro è quasi sconvolgente.
Decine e decine di negozi, ciascuno dei quali dispone di migliaia di metri quadri.
Tutto bellissimo: giochi di luci, arredi splendidi e marchi prestigiosi.
Televisori al plasma dappertutto, filodiffusione e grande impatto visivo per tutto.
Scaffali pienissimi: abiti, scarpe, tecnologia e chi più ne ha più ne metta.

Mi accorgo subito di una cosa, però.
In tutto il centro commerciale non c'è nessuno.
Sì e no qualche decina di persone, venti al massimo in un posto che potrebbe contenerne senza problemi almeno un paio di migliaia.
Il mostro è popolato solo da commesse.
Due per ogni negozio, rigorosamente affaccendate nel nulla all'interno dei loro splendidi tailleur.
I bar vanno avanti solo grazie al personale dello stesso centro commerciale.
Si vede benissimo che chi ordina il caffè è la commessa di Zara...
Mi avventuro in un negozio di elettronica (2000 mq mi dicono...) e naturalmente sono l'unico.
Il commesso mi si attacca come una ventosa, non mi molla e mi propone un tv 3D.
Mi avvio dopo un quarto d'ora all'uscita e lo ringrazio.
Mi segue fino all'uscita del negozio, mi salvo solo per il fatto che non può seguirmi nel parcheggio.
Pazzesco, non c'è altro da dire.

Questa è la crisi, si dirà.
No ragazzi, la vedo diversamente.
La crisi non è un centro commerciale deserto.
La crisi è averlo costruito, averlo realizzato.
Avere creato l'idea di profitto dove non c'era, aver deciso che il businness non era vendere le merci e i prodotti ma il concetto stesso della costruzione del businness.
Queste cose ti fanno pensare che salteremo in aria.
Che le commesse non possono comprare i loro stessi vestiti.
Che i caffè sorseggiati nei bari costano 1 euro e tutte le volte che la mattina alle 8 apri tutto il baraccone solo la bolletta elettrica ti fa impallidire, figuriamoci tutto il resto.
Che non puoi pensare di vivere 52 settimane in un anno se fai il pienone solo la settimana di Natale e quelle dei saldi invernali ed estivi.

Il senso di disagio è stato grande come la sensazione di essere di fronte a qualcosa di profondamente sbagliato.
Stiamo andando nella direzione sbagliata, stiamo spaccando tutto.
Forse torneremo a comprare la frutta e la verdura nel negozietto del quartiere, a frequentare il bar sotto casa.
O forse ci arriveremo quando tutto questo non avrà più molto senso.
E poi ci metteremo comodi, seduti sulla rotonda di ingresso dei nostri centri commerciali con un sacchetto di semi di zucca tra le mani da mangiare.
Li guarderemo crollare, andare in malora. Deperire giorno dopo giorno.
E forse torneremo a parlare tra di noi.
A leggere e a vivere anche solo un po'.



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lunedì 19 settembre 2011

Push the button, please




A volte compiere una scelta non è quello che può sembrare.
Una scelta presuppone un'alternativa, un bivio al quale ci si interroga su quale strada proseguire.
A volte le scelte sono prive di queste caratteristiche, la loro inelluttabilità le rende solo a prima vista delle scelte mentre in realtà si è di fronte a un bottone da premere.
Direte voi: la scelta c'è anche in quella circostanza.
Premere o non premere il bottone?
Vero, ma quello che intendo io è un'altra cosa.

La decisione l'hai già presa.
Pensi che tutto sia già scritto e in effetti è proprio così.
Non c'è nulla da fare.
Hai esaminato ogni passaggio, hai valutato ogni situazione.
Tutto riconduce a un unico evento.
Il push the button.

Tu sei lì, sai che non c'è alternativa ma nonostante questo non ce la fai proprio a pigiare quel fottuto pulsante.
Poi ti guardi intorno.
Più ci pensi e più pensi che sia giusto.
Più ci pensi e più non non hai il coraggio di farlo.

Per farlo hai bisogno dell'ultimo scalino.
Di un evento traumatico che non c'è.
Abbandoni l'idea ed esci dalla porta con i coglioni girati.

Poi l'evento traumatico accade e tu lo benedici.
Corri nella stanza del bottone e finalmente fai quello che devi fare.
La finestra si apre.
I dubbi svaniscono e ti rendi conto che in fondo non hai fatto una scelta.
L'hai soltanto osteggiata senza motivo fino ad allora.
La scelta non è mai esistita.
L'unica cosa che esisteva era la tua incapacità nel capire la realtà.
Ma ora è passato.
E le cose passate assumono un'altro sapore mentre le cose future ti ringraziano per averle rese possibili.


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domenica 4 settembre 2011

La ricetta della felicità: morire di fame mentre tu bevi champagne




Mi sintonizzo su Radio24 e l'intervistato questa volta è un fantomatico economista di non so quale cazzo di università.
La domanda ovviamente è la solita: come si esce da questa situazione critica per l'economia? Quale la ricetta possibile per sanare una situazione divenuta davvero rilevante per tutti?
Il nostro bell'economista ha una ricetta tutta sua ragazzi, state a sentire.
Primo punto: abolizione dell'IRAP, che ovviamente è pagata dalle imprese. Così si rilancia la competitività, bisogna sostenere le imprese e che diamine! Tutti d'accordo no?
Punto secondo: innalzamento da subito dell'età pensionabile a 67 anni, sia uomini che donne... Tanto la vita media si è alzata no? Lavorate di più e pagate più contributi. Le pensioni che riscuoterete ve le godrete finchè crepate, che cazzo volete di più?
Punto terzo: un bell'innalzamento di due punti percentuali dell'IVA, dal 20 al 22% e siamo a posto! Facciamo decollare i prezzi al consumo, così le entrate aumentano e siamo a posto!

Il radio giornalista è molto perplesso.
"Professore..., ma così la manovra la paga il lavoratore dipendente, il pensionato, il dipendente pubblico, la gente che fa fatica..."
"E va beh... Siamo in un paese capitalista, da che mondo e mondo in questi paesi, e quindi anche in Italia, il capitale sfrutta il lavoro e quest'ultimo subisce. Si mangeranno meno bistecche e si pagherà qualche ticket sanitario in più, cosa volete che vi dica..."

Giuro che non mi sono inventato neppure una parola.
Vi prego di tornare indietro e rileggere attentamente una seconda volta tutto quanto.
Vi assicuro, è tutto vero.
Spero che qualcun altro abbia sentito quell'intervista e mi dica che sono pazzo e che mi sono inventato tutto.
Ma purtroppo non è così.
Allora io dico.
Pensate di risolvere davvero in questo modo la faccenda?
Oppure si tratta di uno scherzo di cattivo gusto?
Sappiate solo una cosa, soltanto una.
Che se pensate di farci pagare i vostri yacht, il vostro champagne e le vostre troie un'altra volta (l'ennesima) dovrete passare sui nostri cadaveri.
E probabilmente -alla fine- sarà più facile che saremo noi a passare sui vostri.


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