venerdì 17 dicembre 2010

Roma e l'inverno dentro di noi




Roma è fredda come non ho mai sentito.
Una città magnifica e misteriosa, forse l'ultimo museo a cielo aperto del mondo.
Sono qui per motivi di lavoro, ma la lontananza da casa un po' mi pesa, non fosse altro che le abitudini sono dure a morire.
Questo blog mi aiuta a sentirmi a casa, ma il freddo ristagna fuori da questo superalbergo che ti chiede 5,5 euro per un collegamento wi-fi per un'ora...

Non sopporterei mai di viaggiare per lavoro con una certa frequenza, la mia natura di animale da provincia, in queste circostanze, si manifesta con tutto il suo vigore.

Eppure penso che se fossi nato e vissuto in una grande metropoli qualcosa avrei combinato.
Le persone nascono in provincia ma se combinano qualcosa chissà come mai lo combinano in città.
Le persone si spostano dalla periferia dell'impero alla città, per poi scoprire che quella stessa città non è nient'altro che la periferia di qualcos'altro.
E si ricomincia, come se nulla fosse successo.
Alla ricerca di un'altra grande città nella quale cercare di ottenere qualche cosa nella vita.
Alla ricerca di qualcuno con il quale condividere un'idea, un'esperienza o semplicemente il freddo che ci avvolge.
Con la conclusione che forse non serve a nulla e che coleremo tutti a picco, che ci piaccia o no.

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sabato 11 dicembre 2010

Cacciati due dita nel cuore. E vomita...




Ieri sera ho visto un programma fantastico.
Ok, probabilmente era sull'orlo del trash, ma in quanto tale certamente interessante.
Un team di esperti si occupava di recuperare alla vita una ragazza mollata a pochi giorno dal matrimonio, con il vestito da sposa nell'armadio e il ristorante prenotato.
C'erano una sessuologa, un personal trainer, parrucchieri ed estetisti, un chirurgo plastico e perfino un love trainer (che cazzo sarà poi un love trainer dio solo lo sa).

Non si trattava di uno di quei programmi farsa tipo Forum, la ragazza era davvero disperata. Non riusciva ad entrare in camera da letto e il suo atteggiamento sfociava nel feticismo.
Conservava i capelli di lui sul cuscino, roba da matti.
Beh, gli espertoni le hanno levato tutto.
Il diario del cuore, le ciabatte che lui le aveva regalato, il primo peluche.
Lei sempre in lacrime.
E io meravigliato quanto mai.
Come si fa a identificare una storia d'amore con degli oggetti?
Come si fa a sentirsi meglio bruciandoli?
Quale essere umano minorato mentale deve uscire da una situazione materiale prima di uscire da una situazione mentale?
Infatti la tizia gettava tutti gli oggetti con disperazione, forse a testimoniare che in realtà non voleva assolutamente farlo.
Come se se si stesse parlando di un morto.
Ma lui morto non era, probabilmente era a farsi i cazzi suoi con un'altra ragazza
Forse un po' più sveglia e intelligente.
Se fossi stato uno del team dei sapientoni avrei avuto un solo consiglio per la povera sventurata piagnona.
"Cacciati due dita nel cuore. E vomita..."

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domenica 5 dicembre 2010

Moltheni. Aria e luce per i miei occhi




Intervengo fuori tempo massimo per esprimere il mio stupore per la bellezza del DVD "Ingrediente Novus" di Moltheni.
So che non frega un cazzo a nessuno ma ormai sono così poche le cose che mi stupiscono positivamente che volevo farlo presente in un tardo pomeriggio qualunque, tra una correzione di un capitolo e la rilettura di un altro.
Non fermatevi a queste righe.
Più sotto ho scritto un altro post.
Leggete anche quello.

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Qualcuno il lavoro sporco lo deve pur fare...




Ho iniziato da qualche giorno a "pulire" le pagine del mio nuovo libro.
La cosa sembra più difficile del previsto.
Ho rivisto quasi in toto il primo capitolo (e quindi l'anteprima pubblicata a suo tempo su questo blog risulta ormai decisamente inutile) mentre sto impiegando decine di ore per sistemare termini, snellire la forma, eliminare gli orpelli.

L'esigenza è quella di far scorrere di più la parola, di renderla meno pesante e più fluida. Togliere le inutili precisazioni, la pedanteria non voluta, il cavillo senza giustificazioni.

Scrivere un romanzo ovviamente non è come realizzare un disco, di questo me ne ero già accorto molto tempo fa.
Ma non mi ero reso conto di una cosa.
Quando si scrivono canzoni per un album si compone la prima e la si giudica adatta allo scopo. Poi si va avanti con la seconda e così via.
Nel frattempo però si continua a suonare anche le precedenti e queste vengono progressivamente modificate in funzione delle successive evoluzioni dell'album.
In sintesi: quando si finisce con l'ultimo pezzo tutte le canzoni sono aggiornate e in qualche modo attualizzate all'ultimo sviluppo delle cose.
Per questo si ha un prodotto che rispecchia e fotografa in quell'istante il gusto dell'artista.

Con la scrittura di un libro questo non succede.
Una volta scritto un capitolo certo va riletto, ma è impensabile arrivare al 23eimo capitolo e rileggersi tutto dall'inizio.
Questo provoca uno scollamento tra i primi capitoli e gli ultimi che sto cercando di tamponare con una revisione incisiva di quasi tutto il materiale.

Non si tratta di contenuti, ma di forma espositiva.
Ma è comunque un bel problema.
Ci vuole tempo e pazienza ed entrambi iniziano a scarseggiare.

Ho fatto il conto finale e i capitoli sono esattamente 25, distribuiti su circa 160 pagine in formato A4.
Dovrei fare il conto precise delle cartelle, ma non l'ho ancora fatto.
Ecco i nomi:

1 La stanza (parte I)
2 Il ballo dell'Est (maggio '86)
3 S.B.C. Solito Blocco Creativo
4 I mocassini del Professor Mangari
5 La scena dello scantinato
6 L'urlo di Rivetti
7 Funny Farm
8 Succhiare e farsi succhiare
9 Amore, lussuria ed eternità (parte I)
10 L'ennesima dimostrazione della pazzia dilagante di mio fratello
11 E' forse ora di cena?
12 Amore lussuria ed eternità (parte II)
13 Piccolo cuore-atomico-animale
14 Sala d'aspetto per un'inconcepibile serata d'estate
15 La stanza (parte II)
16 Eccesso di lucidità
17 La vergine di ferro
18 Incontro con il Dottor Ceretti. La sesta riga
19 Lezioni di termo-fluidica: il comportamento dei liquidi
20 L'Ira dei giusti
21 Tre dita e quattro carte ancora da scoprire
22 Nizza val bene una messa
23 Cambi d'abito, tassametri selvaggi e un avvertimento
24 La stanza (parte III)
25 Fotografia finale



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mercoledì 1 dicembre 2010

Primo dicembre: Punto di svolta




Ieri sera, dopo 19 mesi di lavoro, ho finito.
Terminato.
Fatto tutto.
Sì, il mio secondo libro è finalmente cosa fatta e l'emozione è davvero tanta.
Ho passato intere settimane a chiedermi come dovevo proseguire, che strada dovevo intraprendere, se la cosa poteva funzionare.
Se quello che stavo scrivendo era una cazzata da quattro soldi o se valeva la pena continuare.
In realtà non ho mai avuto forti dubbi.
Fortunatamente ho sempre avuto una forte convinzione nei miei mezzi, mi sono sempre sentito in grado di portare a compimento il risultato finale.
Inoltre tutte le mattine valutavo mentalmente il lavoro fatto la sera precedente e non ho mai avuto la sensazione che la direzione non fosse quella corretta.
Certo, le difficoltà ci sono state.
Blocchi psicologici che ti costringono a rivedere alcune convinzioni.
Momenti di sconforto per l'incapacità oggettiva di valutare gli incastri narrativi senza che nessuno mi dicesse se le cose fossero plausibili o al contrario decisamente avventate.

La parte finale è stata per me di grande soddisfazione.
Ho trovato un finale ambivalente a mio avviso davvero stimolante per il lettore.
Ho lasciato qualche porta aperta, qualche interpretazione libera.
Anche se, ovviamente, una versione reale dei fatti esiste, ed è nella mia testa.
Magari qualcuno sarà in grado di svelarla.

Ora viene il lavoro di pulitura della pagina, di correzione generale, di caccia all'errore palese o a quello di battitura.
Ci vorrà ancora molto tempo prima di avere il testo definitivo ma il lavoro titanico è compiuto.
L'unico rammarico è che tutto questo l'ho fatto da solo.
Io e basta.
Forse questa solitudine, tipica per la verità dello scrittore, sarà la vera forza di "Io mi carico di rabbia".
Lo spero davvero, in quanto - suo malgrado - ne è davvero intriso.

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sabato 27 novembre 2010

Pedrini e Renga duo delle meraviglie




Il rock in lingua italiana l'ho scoperto nel lontano 1994.
Un po' tardi, vero, ma non è che ai tempi girasse molta roba.
In paese tutti ascoltavano i Timoria, e quando dico tutti dico proprio tutti.
All'epoca ascoltavo Pink Floyd e Deep Purple e il quintetto bresciano mi colpì non poco.

"Viaggio senza vento" e "2020 Speedball" mi aprirono un mondo davvero sconosciuto a cui non mi sarei mai avvicinato.
Due grandi album, da contestualizzare nel loro periodo storico, ma indubbiamente due album che ad oggi mi sento di collocare tra i migliori album di rock italiano.
Iniziai a seguirli in tour con una costanza inimmaginabile e alla fine contai 17 concerti visti in tutto il nord Italia.
Fu organizzata addirittura una spedizione oltralpe, in Francia, dove saremmo stati una ventina o forse più.
Non riuscii ad andare a causa di un incidente stradale e quel concerto mi manca ancora oggi.

Martedì sera a X Factor me li trovo tutti e due in televisione.
Non era mai capitato, visto che certo non si erano lasciati senza polemiche.
Francesco Renga ha cantato una canzone così di merda che, pur non avendola mai ascoltata, riuscivo a intuire le parole mentalmente tanto erano banali.
Veramente un insulto alla persona e al musicista che era prima.
Definirei quella di Renga una splendida carriera da solista, da pop star per vecchiette e casalinghe (con enorme rispetto per vecchiette e casalinghe).
Caduto in un baratro dai cui non si alzerà mai più.

Ma andiamo al secondo, che forse è ancora peggio.
Omar Pedrini soffre il successo del suo ex compagno e si vede come non mai.
Ha tentato di tutto nella sua carriera solista, persino le canzonette pop dance, ma il successo non è mai arrivato.
A X Factor lo inquadrano per cinque secondi come membro della giuria di qualità e il microfono non funziona.
Fa la figura del pesce per altri 5-10 secondi e poi il conduttore rinuncia a far sentire il prezioso contributo visti i problemi tecnici.
Si passa a sentire il giudizio di altri, i tempi televisivi sono questi.
Patetica figura smagrita di un artista (?) in cerca di se stesso.

Mi viene in mente un passo della biografia dei Massimo Volume, quando Egle Sommacal dice che in seguito allo scioglimento del gruppo decise per necessità di mantenessi facendo il barista.
Magari fossero finiti così i Timoria.
Magari.
E invece me li ritrovo sempre tra le palle, a chiedermi se il passato fosse davvero tanto splendido oppure se il futuro può davvero distruggere tutto quello che è passato.
Almeno abbiate l'accortezza di non farvi vedere insieme.
L'effetto presa per il culo raddoppia.

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domenica 21 novembre 2010

"Senza Testa" e "ZiDima"


Per chi ha letto il mio primo libro magari non ci sarà bisogno di spiegazioni ma per tutti gli altri (e sono praticamente tutti) vi segnalo un frammento di testo preso da uno dei racconti di "Coni gelato per malati terminali".

Il racconto si intitola "Senza testa" e il frammento è utilizzato da uno dei migliori gruppi indie italiani (ZiDima) per realizzare uno dei loro nuovi pezzi.

Il link e il ringraziamento per la citazione sono d'obbligo...





sabato 20 novembre 2010

Le vostre ore canoniche, le vostre ore contate.




"Le invasioni barbariche" della Bignardi non è per niente male.
L'ho visto ieri sera in un break tra un antibiotico e un antidolorifico.
Si parlava di cambiamento, di mutazioni, di trasformazioni estetiche.
Ovviamente non potevano mancare Paola e Chiara che si sono autodefinite "artiste" probabilmente per il solo fatto di vestire anni '60.
Oltre alla loro prescindibile presenza c'erano due scrittori che non conoscevo (e te pareva... non conosco praticamente nessuno, maledetta ignoranza...) e un blogger con tanto di barba e occhiali.
Bella discussione.
Non ricordo quasi un cazzo di quello che si è detto ma la discussione è stata interessante, ve lo giuro.

L'unica cosa che mi è rimasta veramente in testa è stato un attacco rivolto a uno dei due scrittori che aveva lasciato il posto di dirigente aziendale per rifugiarsi in una piccola casa fuori città per scrivere libri.
Certo, un po' se l'è cercata citando Jack London e Seneca, ma è stato subdolamente tacciato di snobismo.
Quasi preso per il culo, in maniera elegante, ma sempre preso per il culo.
"Molto romantico lasciare il posto da manager per andare per mare a scriver libri..."
Mi ha colpito molto questa cosa.

Lo scrittore l'aveva descritta come una scelta di vita coraggiosa, come un modo per dedicarsi a ciò che per lui era veramente importante.
Mettersi in discussione, provare a migliorare se stesso tramite una forma d'arte, scrivere storie per abbandonare tutto ciò che gli sembrava superfluo.
Poi arriva uno e ti dice: "sì, dai... Lascia tutto e va per mare a fare il Figo, si vede che non c'ha bisogno di pagare l'affitto e l'assicurazione...".

Un po' come quando per dieci anni suoni la chitarra o la batteria, fai concerti e pubblichi dischi e poi arriva qualcuno che ti dice: "vabbè adesso basta fare l'adolescente che suona la chitarrina per farsi bello con le coetanee... C'è da comprare casa, fare carriera in ufficio e diventare adulti come tutti gli altri"

Saranno gli antibiotici e gli antidolorifici che sto prendendo, ma mi viene da vomitare.
Incasellatevi voi, pezzi di merda, ma lasciate almeno stare chi non lo vuole fare.
Morite voi di questa vita di merda.
Qualcuno ha altri programmi.
E sul fatto che siano migliori non ci sono dubbi.


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sabato 13 novembre 2010

Dove sono le Luci della Centrale Elettrica?




A volte le delusioni arrivano quando meno te le aspetti.
Attendi un disco da un anno o forse più e poi finalmente arriva.
Hai una stima per lo più illimitata nelle capacità dell'artista, nella sua intelligenza.
Poi ascolti il disco e ti cade il mondo addosso.
Non mi "raccapezzolo" più, davvero.
Sarà una cosa da coglioni ma io le delusioni le vivo anche così, con amarezza.
Che poi un'altra persona potrebbe obiettare che queste non possono essere considerate delusioni, che un disco è una cazzata che non conta nulla.
Va bene, sono d'accordo, ma io -che ci volete fare- me la vivo così.

Il nuovo disco de Le Luci della Centrale Elettrica non esiste.
Praticamente non è stato pubblicato.
È identico al precedente in maniera immorale, indecente.
Una specie di insulto all'intelligenza dell'ascoltatore.
Si tratta di una specie di lato B del precedente (e bellissimo) "canzoni da spiaggia deturpata".
Stesse atmosfere, stessi arrangiamenti, stesso approccio musicale.
Addirittura le parole si sovrappongono in maniera imbarazzante a quelle del precedente lavoro.
Riconosco addirittura le stesse parole, qua e là sparse tra le canzoni.
Il precedente disco era originale, a tratti rivoluzionario.
Questo di conseguenza è stantio, vecchio, già sentito 100 volte dopo il primo ascolto.
Senza nulla da scoprire.

Viene da pensare che Vasco Brondi sia un musicista sopravvalutato.
Che ci siamo tutti sbagliati.
Che non vale un cazzo.
Che altri, al suo posto, avrebbero sfruttato il grosso successo del precedente disco per alzare lo sguardo, guardare oltre, osare per confermarsi.
A mio avviso bastava poco, magari anche solo un cazzo di batteria, mica chissà quale orpello o pozione magica.
Oppure cercare di non battere ancora lo stesso tasto con i testi che, francamente, adesso hanno davvero rotto i coglioni.
Avevamo capito tutto con il precedente disco, Vasco.
Non avevamo bisogno di lezioni di riparazione, era già tutto abbastanza chiaro.
Mi vengono in mente artisti che hanno avuto il coraggio di cambiare per non risultare macchiette.
Magari all'inizio ci hanno rimesso, ma nel medio periodo è stata la loro fortuna.
Mi viene in mente, per esempio, "Non è per sempre" degli Afterhours oppure "Uno" dei Marlene Kuntz.
Roba diversa, probabilmente.
Arrivederci Vasco, se riuscirai mai a capire il tuo errore madornale ci rivedremo.
Altrimenti ti incasellerò mestamente tra le delusioni cocenti del mio armadio musicale.

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martedì 9 novembre 2010

L'interpretazione dei sogni




Titolo del post un po' paraculo.
Serve ad acchiappare qualche contatto da Google, quindi se siete capitati qui per questo strano meccanismo potete tranquillamente continuare a leggere pur sapendo che non si centrerà in pieno l'argomento.
Poi non dite che non siete stati avvisati.

Preambolo doveroso:
Mi sveglio più volte a notte per mettere il ciucio a mia figlia che ormai ha superato i 5 mesi.
A volte mi alzo in continuazione, se va male anche sei-sette volte a notte.
Sollevo le mie chiappe e subisco un'ondata di gelo terrificante, senza mezzi termini.
Non dormo con il pigiama e purtroppo pago questa abitudine temporanea.
Inforco le ciabatte, posizionate con cura in modo da poterle trovare agevolmente e mi avvio verso il Generale Inverno della stanza attigua.
Infilo il feticcio nella bocca di mia figlia e via, si ritorna a letto con la speranza che sia davvero l'ultima volta.

Sono amante dei sogni, mi piacciono moltissimo.
Intendo quelli a occhi chiusi.
Invece a quelli a occhi aperti non credo minimamente.
L'altra notte ho sognato di entrare in uno splendido pub inglese, pieno di divanetti di velluto scuro. Fuori i rigori dell'inverno, la neve.
Le temperature sotto zero.
Mi accomodo, la musica è soffusa ma efficace.
Ho sete, di quella sete alcolica a cui è difficile dire di no.
Guardo fuori dalla finestra e vedo un tavolo imbandito di cocktail caraibici con frutta fresca, pronti da gustare.
Devo solo alzarmi, abbandonare il mio tepore e gettarmi nella mischia del freddo per raccogliere quanto desiderato.
Lo faccio.
Poi torno all'interno e mi gusto con soddisfazione la meritata ricompensa.
Che sogno splendido, che meraviglioso momento di relax...
Poi sento un fastidioso rumore, una specie di sirena provenire dall'interno del pub.
Mi chiedo cosa stia succedendo ma è un attimo, giusto qualche secondo.
Devo alzarmi.
Francesca è di nuovo sveglia e ha bisogno di me per riprendere sonno.
Penso che non sia necessario richiedere a Freud il significato di questo sogno.
Penso che inserirò senza dubbio un sogno all'interno di "Io mi carico di rabbia"
Un sogno irreale e maturo.
Apocalittico e malinconico.
Affare fatto.

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