sabato 19 novembre 2011

Stanza di compensazione


Ciao a tutti
Come vedete questo blog è rimasto fermo per qualche tempo, direi quasi un paio di mesi.
Ovviamente non si è trattato di un qualcosa di accidentale ma di un processo ben definito, vale a dire la fine di un ciclo.
Mi spiego meglio:
Questo blog è legato inscindibilmente al "making of" del mio libro "Io mi carico di rabbia"
Ho finito finalmente il mio libro e sto cercando un editore.
Ho fatto un rash finale per la partecipazione al premio Italo Calvino, nel quale ripongo speranze (poche) ed entusiasmo (molto)
Le mi energie sono tutte qui, niente da dire e niente da aggiungere.
Parlo soprattutto di energie mentali ed organizzative.
Questo mi ha portato a non pensare più a questa mia "stanza di compensazione" che è stata determinante nel portare a compimento questo progetto.
Abbiate pazienza ragazzi.
Ho quasi terminato, mi manca ancora poco.
Poi rilancerò in pompa magna tutto il circo che mi circonda.
Le minchiate e le riflessioni.
La frustrazione e la gioia.
Tutto qui dentro.
Nel blog "Io mi carico di rabbia"

sabato 24 settembre 2011

Il centro commerciale delle commesse





Ieri pomeriggio mi trovavo in provincia di Bergamo, più precisamente ad Antegnate.
Passavo di lì per lavoro ed era giusto l'ora di mettere qualcosa sotto i denti.
A un certo punto ho visto spuntare sulla strada statale un mastodontico centro commerciale, una specie di enorme astronave di cemento armato piazzata a guardia del paese.
Gli giro intorno in macchina per qualche minuto e mi rendo conto che è davvero enorme, una specie di mostro che intimorisce solo a guardarlo.
Parcheggiare è un problema, nel senso che bisogna ricordarsi in quale scomparto lo si fa.
Ingresso "Brescia", zona blu, posto 622 e comunque sto bene attento a non scordarmi altri punti di riferimento.
L'interno del mostro è quasi sconvolgente.
Decine e decine di negozi, ciascuno dei quali dispone di migliaia di metri quadri.
Tutto bellissimo: giochi di luci, arredi splendidi e marchi prestigiosi.
Televisori al plasma dappertutto, filodiffusione e grande impatto visivo per tutto.
Scaffali pienissimi: abiti, scarpe, tecnologia e chi più ne ha più ne metta.

Mi accorgo subito di una cosa, però.
In tutto il centro commerciale non c'è nessuno.
Sì e no qualche decina di persone, venti al massimo in un posto che potrebbe contenerne senza problemi almeno un paio di migliaia.
Il mostro è popolato solo da commesse.
Due per ogni negozio, rigorosamente affaccendate nel nulla all'interno dei loro splendidi tailleur.
I bar vanno avanti solo grazie al personale dello stesso centro commerciale.
Si vede benissimo che chi ordina il caffè è la commessa di Zara...
Mi avventuro in un negozio di elettronica (2000 mq mi dicono...) e naturalmente sono l'unico.
Il commesso mi si attacca come una ventosa, non mi molla e mi propone un tv 3D.
Mi avvio dopo un quarto d'ora all'uscita e lo ringrazio.
Mi segue fino all'uscita del negozio, mi salvo solo per il fatto che non può seguirmi nel parcheggio.
Pazzesco, non c'è altro da dire.

Questa è la crisi, si dirà.
No ragazzi, la vedo diversamente.
La crisi non è un centro commerciale deserto.
La crisi è averlo costruito, averlo realizzato.
Avere creato l'idea di profitto dove non c'era, aver deciso che il businness non era vendere le merci e i prodotti ma il concetto stesso della costruzione del businness.
Queste cose ti fanno pensare che salteremo in aria.
Che le commesse non possono comprare i loro stessi vestiti.
Che i caffè sorseggiati nei bari costano 1 euro e tutte le volte che la mattina alle 8 apri tutto il baraccone solo la bolletta elettrica ti fa impallidire, figuriamoci tutto il resto.
Che non puoi pensare di vivere 52 settimane in un anno se fai il pienone solo la settimana di Natale e quelle dei saldi invernali ed estivi.

Il senso di disagio è stato grande come la sensazione di essere di fronte a qualcosa di profondamente sbagliato.
Stiamo andando nella direzione sbagliata, stiamo spaccando tutto.
Forse torneremo a comprare la frutta e la verdura nel negozietto del quartiere, a frequentare il bar sotto casa.
O forse ci arriveremo quando tutto questo non avrà più molto senso.
E poi ci metteremo comodi, seduti sulla rotonda di ingresso dei nostri centri commerciali con un sacchetto di semi di zucca tra le mani da mangiare.
Li guarderemo crollare, andare in malora. Deperire giorno dopo giorno.
E forse torneremo a parlare tra di noi.
A leggere e a vivere anche solo un po'.



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lunedì 19 settembre 2011

Push the button, please




A volte compiere una scelta non è quello che può sembrare.
Una scelta presuppone un'alternativa, un bivio al quale ci si interroga su quale strada proseguire.
A volte le scelte sono prive di queste caratteristiche, la loro inelluttabilità le rende solo a prima vista delle scelte mentre in realtà si è di fronte a un bottone da premere.
Direte voi: la scelta c'è anche in quella circostanza.
Premere o non premere il bottone?
Vero, ma quello che intendo io è un'altra cosa.

La decisione l'hai già presa.
Pensi che tutto sia già scritto e in effetti è proprio così.
Non c'è nulla da fare.
Hai esaminato ogni passaggio, hai valutato ogni situazione.
Tutto riconduce a un unico evento.
Il push the button.

Tu sei lì, sai che non c'è alternativa ma nonostante questo non ce la fai proprio a pigiare quel fottuto pulsante.
Poi ti guardi intorno.
Più ci pensi e più pensi che sia giusto.
Più ci pensi e più non non hai il coraggio di farlo.

Per farlo hai bisogno dell'ultimo scalino.
Di un evento traumatico che non c'è.
Abbandoni l'idea ed esci dalla porta con i coglioni girati.

Poi l'evento traumatico accade e tu lo benedici.
Corri nella stanza del bottone e finalmente fai quello che devi fare.
La finestra si apre.
I dubbi svaniscono e ti rendi conto che in fondo non hai fatto una scelta.
L'hai soltanto osteggiata senza motivo fino ad allora.
La scelta non è mai esistita.
L'unica cosa che esisteva era la tua incapacità nel capire la realtà.
Ma ora è passato.
E le cose passate assumono un'altro sapore mentre le cose future ti ringraziano per averle rese possibili.


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domenica 4 settembre 2011

La ricetta della felicità: morire di fame mentre tu bevi champagne




Mi sintonizzo su Radio24 e l'intervistato questa volta è un fantomatico economista di non so quale cazzo di università.
La domanda ovviamente è la solita: come si esce da questa situazione critica per l'economia? Quale la ricetta possibile per sanare una situazione divenuta davvero rilevante per tutti?
Il nostro bell'economista ha una ricetta tutta sua ragazzi, state a sentire.
Primo punto: abolizione dell'IRAP, che ovviamente è pagata dalle imprese. Così si rilancia la competitività, bisogna sostenere le imprese e che diamine! Tutti d'accordo no?
Punto secondo: innalzamento da subito dell'età pensionabile a 67 anni, sia uomini che donne... Tanto la vita media si è alzata no? Lavorate di più e pagate più contributi. Le pensioni che riscuoterete ve le godrete finchè crepate, che cazzo volete di più?
Punto terzo: un bell'innalzamento di due punti percentuali dell'IVA, dal 20 al 22% e siamo a posto! Facciamo decollare i prezzi al consumo, così le entrate aumentano e siamo a posto!

Il radio giornalista è molto perplesso.
"Professore..., ma così la manovra la paga il lavoratore dipendente, il pensionato, il dipendente pubblico, la gente che fa fatica..."
"E va beh... Siamo in un paese capitalista, da che mondo e mondo in questi paesi, e quindi anche in Italia, il capitale sfrutta il lavoro e quest'ultimo subisce. Si mangeranno meno bistecche e si pagherà qualche ticket sanitario in più, cosa volete che vi dica..."

Giuro che non mi sono inventato neppure una parola.
Vi prego di tornare indietro e rileggere attentamente una seconda volta tutto quanto.
Vi assicuro, è tutto vero.
Spero che qualcun altro abbia sentito quell'intervista e mi dica che sono pazzo e che mi sono inventato tutto.
Ma purtroppo non è così.
Allora io dico.
Pensate di risolvere davvero in questo modo la faccenda?
Oppure si tratta di uno scherzo di cattivo gusto?
Sappiate solo una cosa, soltanto una.
Che se pensate di farci pagare i vostri yacht, il vostro champagne e le vostre troie un'altra volta (l'ennesima) dovrete passare sui nostri cadaveri.
E probabilmente -alla fine- sarà più facile che saremo noi a passare sui vostri.


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martedì 30 agosto 2011

Tema: Come ho passato le mie vacanze. Svolgimento:




È un po' che non scrivo ragazzi, ma abbiate pazienza.
Esisto ancora...
In queste ultime due settimane ho lavorato tantissimo al libro, ho apportato tutte le correzioni possibili sulla base delle indicazioni fornitemi dall'agenzia letteraria.
Ho dovuto conferire una nuova veste temporale alla maggior parte dei capitoli in maniera tale da sviluppare più piani di narrazione.
Ho dovuto smorzare un eccesso di frammentarietà inserendo dei micro-capitoli di collegamento tra un capitolo e l'altro.
Ho snellito parzialmente il tono descrittivo.
Ho scritto un nuovo capitolo che ho posizionato più o meno a metà libro.
Ho arricchito con alcuni passaggi qualche capitolo, sulla base di una visione complessiva che ho acquisito soltanto poco tempo fa.
Insomma, un gran lavoro che mi ha impegnato anche 2-3-4 ore tutti i giorni.
Adesso rimango in attesa del responso del mio correttore di bozze di fiducia e del mio disegnatore e poi, entro il 15 di ottobre, spedisco tutto al Premio Letterario Italo Calvino.

Le mie ferie quindi le ho passate con le tapparelle tirate giù, il PC acceso, il tablet connesso, i libri sparsi per casa, la tv sintonizzata sui canali più disparati.
Come spesso mi capita in queste circostanze sono andato in fissa con una cosa, e questa volta, è toccato al sequestro Moro.
Ho visto tutti i film (tre) sull'argomento, ho letto due libri (entrambi fantastici), ho scaricato l'intero Memoriale di Moro (non preoccupatevi, è un download legittimo), ho visionato decine di filmati su You Tube e consultato parecchi siti internet.
Insomma mi sono fatto un'idea sulla questione e ho iniziato a pensare a questa faccenda in maniera davvero seria.
Probabilmente è stato l'evento che ha davvero modificato nella maniera più radicale possibile la nostra vita. Se non fosse finita come noi tutti sappiamo oggi saremmo in un mondo diverso, diversissimo.
Non so se migliore o peggiore in quanto non ho idea di come si sarebbe sviluppata la vita politica e sociale dell'Italia, ma certamente sarebbe stato un Paese completamente diverso.
Magari ne parleremo la prossima volta.
Un'altra cosa.
Ho iniziato anche un libro su Ratzinger.
Ho pure visto due concerti, Verdena e Ministri.
Beh, insomma, alla fine qualcosa ho combinato in queste ferie, non credete?

Poi ritorno al lavoro.
Mi guardano tutti.
"Ma insomma Paolo, sei più bianco di quando abbiamo chiuso gli uffici!"
"Ehhh.. Sì, forse... Ma ho fatto un sacco di cose..."
"Va bene, va bene... Però un po' di sole potevi pure prenderlo"
"Hai ragione Silvia, hai ragione..."
Accendo il PC e metto la password.
Allora, dove eravamo rimasti?

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venerdì 12 agosto 2011

Auguri Fidel. E spiegaci come hai fatto.




Domani 13 agosto 2011 Fidel Castro compie 85 anni.
Come potete leggere dalla mia scheda qui a fianco mi definisco politicamente castrista, ma non voglio certo annoiarvi con le mie elucubrazioni riguardanti la questione in oggetto che ritengo sia di scarso interesse per tutti.

Vorrei però partire da questo per chiedermi che cosa significa oggi, nel 2011, definirsi di idee radicali.
Si tratta forse di appartenere all'omonimo partito? Significa votare a sinistra piuttosto che a destra? Significa imbracciare un fucile e fare la rivoluzione?

Probabilmente niente di tutto questo, ma ho l'impressione che oggi si sia smarrito il concetto e il valore di un'idea radicale.
Sì lo so, mi sto cacciando in un ginepraio da cui non uscirò vivo ma ho l'impressione che di questi tempi definirsi moderato, fare vita tranquilla e farsi i cazzi propri sia il trend di gran lunga dominante.

Sembra che tutti quanti siano proiettati ad arrivare a crepare nella maniera più indolore possibile, in punta di piedi, senza grossi scossoni.
Nessuno rischia più un cazzo, nessuno pensa più agli altri.
Al massimo si aiutano le vecchiette ad attraversare la strada.

Si dice sempre che le generazioni debbano fare le loro esperienza, sbagliare e risbagliare per arrivare poi a combinare qualcosa di buono.
Bisogna sbattere la testa contro il muro per capire che il muro fa male.
Cazzate.
Così passa il tempo, passano le generazioni e i problemi sono sempre quelli.
Quando la maturazione delle persone è arrivata a compimento queste sono troppo vecchie per incidere sulla società.
Già a 40 anni un individuo è cotto, pensa solo a tirare a campare.
Al figlioletto da mandare all'asilo prima, al mutuo e alla pensione poi.
E così si ricomincia da capo, con un'altra generazione a fare e sbagliare a ripetizione, senza che nessuno la guidi.
E poi ancora una volta e poi ancora una volta.

Il risultato? L'immobilità.
Il conservatorismo più becero e duraturo che si possa immaginare.
Fatto di generazioni che non avanzano e di società che si incartano mangiandosi la coda al posto di progredire.

Bisognerebbe agire a cuneo.
Subito. Con un obiettivo univoco, chiaro.
Scardinando metodi e approcci pseudo progressisti logorati da decenni di insuccessi e da una ripetitività che non ha fatto altro che irrobustire il fronte di coloro che vogliono che le cose non cambino.

Poi mi viene in mente Fidel che naufraga sulle coste meridionali di Cuba con un pugno di uomini scappando sulla Sierra Maestra con qualche fucile da caccia.
Da lì riuscirà a battere un intero esercito armato di tutto punto, con aerei, fanteria d'assalto e centinaia di migliaia di soldati.
Non so come abbia fatto ma ce l'ha fatta.
Buon compleanno Fidel.


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martedì 9 agosto 2011

La rivoluzione della "Patatina"




Lo spot della patatina Amica Chips con Rocco Siffredi è tornata.
Io l'ho vista, non so voi.
Ovviamente questa volta il buon Rocco non spiccica parola ma non c'è davvero nulla da dire, tutti se la ricordano quella pubblicità.
Probabilmente con il silenzio si è voluto evitare inutili polemiche che si verificarono all'epoca della prima messa in onda.
Questa volta "Lui" si limita ad ammiccare mentre mangia le patatine in vestaglia di raso contornato da belle ragazze.
L'effetto dirompende però è identico rispetto alla versione originale, se non addirittura maggiore.

Lo spot a mio avviso è davvero di alto livello.
È di un'ironia spaventosa, ha il testimonial perfetto e un copione da manuale della comicità.
I pubblicitari sono stati questa volta davvero grandi.
Ovviamente solo i bacchettoni qualche anno fa si scagliarono contro l'immoralità della proposta e i "palesi doppi sensi" della rinomata pornostar.
Davvero degli ipocriti.

In questo spot il sesso non esiste.
Ne sono assolutamente convinto.
Esiste solo una patina superficiale di quello che potremmo definire fantasiosamente "sesso", una specie di bonaria parodia della pornografia "di famiglia" del tutto innocua e persino rassicurante.

I signori censori farebbero meglio a riversare le loro ire verso gli spot degli innumerevoli profumi dei maggiori stilisti italiani e stranieri, dove la sottile perversione che questi propongono e la conseguente equazione che ne deriva (sintetizzabile nell'assunto "se lo compri scopi di più") è senza alcun dubbio tanto volgare quanto banale.

Invece Rocco è lì, tranquillo.
Mangia comodamente un simpatico pacchetto di patatine a bordo piscina mentre il mondo del Family Day inorridisce.
Applausi convinti.
Un po' come quando incontro i furgoni dell'Amica Chips per strada con la scritta sulla fiancata "Quelli della Patatina".
Rivoluzionari.


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domenica 31 luglio 2011

Non si esce vivi dagli anni '80





Ho i cassetti pieni zeppi di magliette, t-shirt per dirla come si dice adesso.
Ogni volta che torno da un concerto ne compro una.
Alcune me le sono fatte stampare direttamente io con le scritte che volevo io.
Altre le ho comprate durante i viaggi, altre ancora sono di associazioni che intendo sostenere tipo Emergency.

Ormai ne ho una quantità inimaginabile tanto che qualcuno (mia moglie) parla ormai di semi-collezionismo.
Per me indossare una maglietta ha un significato particolare.
Lancia un messaggio, un input forte e deciso e ha il vantaggio di comunicare con chiunque, anche con chi non mi conosce e mi vede passare per la strada.

È uno dei pochi strumenti che ci permette di scagliare sassi o di dispensare carezze senza interferire con la libertà altrui, rimanendo a distanza di sicurezza ma contemporaneamente lanciando una sorta di "message in a bottle".

A volte ci possono essere significati doppi nell'indossare una maglietta.
Per esempio l'ultima che ho comprato ha disegnato un enorme cuore che batte con ventricoli e arterie. Sotto c'è scritto: "A Better Man".
Certo, è il titolo dell'ultimo album di One Dimensional Man e il cuore che batte è la copertina dell'ultimo album ma la doppia lettura è alla portata di tutti e il messaggio ambivalente mi entusiasma (sono un fan di ODM - per essere un uomo migliore bisogna avere/usare il cuore).

Mi chiedo che cosa abbiano invece da dire la cazzute magliette con le scritte americane delle scuole d'oltreoceano che vedo indossate da chiunque.
"California surfing school 90210"
Ma che cazzo di maglietta è mai questa?
Stesso discorso per quelle che vedo girare con le scritte in italiano, con la marca bene in vista. Spesso la gente si trasforma in cartellone pubblicitario umano senza rendersene conto, pubblicizzando marchi e loghi.
Un po' come gli uomini sandwitch.
Un bella scritta a tutto busto: D&G
E che cazzo! ho pagato cinquanta sacchi una maglietta penosa per il solo fatto che fosse dei due coglionazzi e adesso gli faccio pure un po' di pubblicità portandomela in giro.
Roba da non crederci.

Come il fiore della Guru che sette-otto anni fa imperversava sulle schiene, sulle cosce, sui glutei e sui petti di migliaia di persone in tutto il Belpaese.
Una margherita del cazzo che sembrava essere bellissima per il solo fatto che ce l'avevano tutti.
Ma il tempo è galantuomo.
Ora il proprietario della Guru se la passa piuttosto male e le sue magliette sono finite nella migliore delle ipotesi tra le cose dimenticate da dio e dagli uomini.
Le magliette che indossavo a quei tempi invece le indosso tutt'ora.
Smunte, a volte rovinate dai troppi lavaggi non sempre accurati.
Ma sono ancora lì.
Sopratutto quella che recita: "Non si esce vivi dagli anni '80".
Sante parole porca puttana.
Sante parole.




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lunedì 18 luglio 2011

Tirare Dio per la giacchetta




"Credete sia una cosa positiva che la donna abbia un conto corrente per sè, che si renda autonoma economicamente dal marito? Pensate sia giusto?"

"Quando vedo un divorziato per strada lo riconosco subito, è triste e io lo compiango. Non ha fondato la sua unione su Cristo"

Queste sono solo due delle perle di saggezza sfoggiate da un pessimo prete incontrato durante un'omelia di un matrimonio.
Sono passati due giorni ma queste cazzate non riesco a mandarle giù, non so cosa farci.
Alla fine della messa ho sentito altre persone che mi hanno risposto "che ci vuoi fare... Fa il suo mestiere, rema nella sua direzione".
Io non capisco comunque.
O meglio, capisco come la gente non ne voglia più sapere di andare a messa, di sentire certe stronzate.
Vado a messa due volte l'anno e tutte le volte che ci vado nella migliore delle ipotesi sento una compilation di banalità da far invidia agli spot pubblicitari dei detersivi e della Nutella.
Mai un concetto che sfugga al già sentito, al ripetitivo.

Ho la netta sensazione che ti vogliano indottrinare come quando avevi sei anni non capendo che adesso sei adulto e ti devono dar da mangiare qualche idea se solo vogliono stimolarti un minimo.
Niente di tutto questo.
Dogmi, solo dogmi.
Niente spiegazioni, niente approfondimenti, nienti dubbi.
Solo fottuti dogmi.
Perchè succede quella cosa?
"Semplice, perchè deriva da quell'altra e solo da quella"
"Non la capisci e non si capisce oggettivamente?"
"È un mistero, capiremo solo in futuro".
Le risposte sono tutte così.

Ma c'è una cosa che mi fa incazzare ancora di più.
È il fatto che questa tipologia di preti parla sempre in nome di Dio.
Si è autoproclamata da tempo immemorabile portavoce di Cristo nonostante non lo conosca proprio per un cazzo.
Lo invoca, lo tira per la giacchetta per i suoi scopi, ne storpia i fondamenti, ne interpreta le parole in maniera quantomeno arbitraria.
Ha solo certezze, come so lo conoscesse personalmente.
Come se gli parlasse in continuazione.

Un barbone di una metropoli.
Un abitante delle favelas
Un rapinatore
Un emarginato
Una vittima di uno stupro
Un malato di mente
Sei tipologie di persone che a mio avviso conoscono Nostro Signore Gesù Cristo molto meglio di questi stronzetti pretenziosi dal culo imburrato e dal cervello piccolo così.
Amen.



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venerdì 8 luglio 2011

Assassini innocenti







Ci sono persone che manipolano la realtà e questo penso che lo sappiano un po' tutti.
Poi ci sono persone che la manipolano ma non si rendono conto di farlo.
Si autoconvincono che la verità sia esattamente quella che hanno realizzato nella loro testa.
L'hanno talmente elaborata nel proprio cranio deviato che sono convinti di dire il vero, tant'è che a mio parere se ci fosse di mezzo la macchina della verità non ci sarebbe comunque nessun problema.
La verità sarebbe la loro.

Loro sono fatti così.
I loro interessi, lo loro posizione viene prima di tutto.
I loro errori non esistono essendo completamente privi di senso dell'autocritica.
Cancellano le mosse sbagliate con un colpo di spugna.
Quelle mosse non sono mai state compiute, non sono mai esistite.
Lo potrebbero giurare sulla testa dei loro figli senza nessun tipo di problema.
È gente che mente non sapendo di mentire.
Gente innocente, alla fine.
Su questo non ho nessun dubbio.

Però si tratta di persone con qualche disturbo mentale, da cui bisognerebbe senza alcun dubbio stare alla larga.
Sono convinto che leggendo queste stesse righe concorderebbero con me.
E magari direbbero: "è proprio vero, c'è gente che fa proprio così".

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